Photo by Jerry Kiesewetter on Unsplash

Di quell’8 Marzo in cui ero incinta ed ho perso il lavoro.

È passato un anno da quando ho perso il lavoro. Era la giornata internazionale della donna ed ero incinta. È passato un anno ed ancora mi chiedo cosa li abbia spinti a non puntare il dito su una qualsiasi altra casella del calendario.

Certo, capita di perdere il lavoro. Certo, capita di voler fare un figlio. Certo, anche la festa della donna capita. Ma, tutto insieme? Signori, quanta fortuna!

Un terno al lotto mi avrebbe colta meno di sorpresa

È passato un anno, ma ricordo perfettamente le parole dei miei datori di lavoro, uomini di mezza età e padri di famiglia. Ricordo il silenzio imbarazzato della mia manager fuoriuscire dall’altoparlante del telefono della sala riunioni. Ricordo le mie lacrime, o almeno quelle che non sono riuscita a trattenere. Ricordo di aver augurato loro il meglio, cercando di mantenere una parvenza di superiorità, mentre tutto ciò che volevo era insultarli. Insultarli ed insultarli ancora.

Ricordo di aver risalito le scale, di aver infilato il cappotto ed essermi avvolta nella sciarpa, uscendo dall’ufficio come se nulla fosse. Non ho svuotato i cassetti, non ho salutato nessuno.

Uscire da lì era di vitale importanza. Allontanarsi e respirare a pieni polmoni quell’aria piena di smog che solo Oxford Circus sa offrire era fondamentale.

Ho continuato a piangere. Ero al contempo arrabbiata e triste. Smisuratamente. Non per l’aver perso il lavoro, qui non ho mai avuto problemi a trovarne uno, ma perché perderlo di punto in bianco mi aveva fatta sentire una pessima madre.

mi ero trasformata nella madre peggiore del mondo

Una vita passata a fare di tutto pur di essere indipendente economicamente, e di colpo non essere più capace di provvedere a mia figlia.

Questo era quello che, complici gli ormoni, mi passava per la testa. Non ne vado fiera. La realtà vedeva un compagno e futuro padre pronto a prendersi cura di noi. Il governo inglese, pronto a ridarmi parte di anni ed anni di tasse versate.

Mi ci è voluto più di un mese prima di smettere di piangere e riuscire a fare qualcosa di diverso dal fissare il vuoto. Mi sentivo sola, inadatta, mi mancavano i colleghi e la mia routine. Poi qualcosa è scattato ed ho deciso di crearmene una nuova. Ho deciso di pensare agli aspetti positivi del mio essere disoccupata, trasformando il mio unemployment in funenployment. Niente più treni stracolmi da prendere in preda alla nausea. Niente più ore ed ore col culo fermo sulla stessa sedia. Niente più occhiaie profonde, ma pisolini a volontà.

Photo by Jerry Kiesewetter on Unsplash

Photo by Jerry Kiesewetter on Unsplash

Tutto questo per dire che sono sopravvissuta, ho viaggiato, mi sono riposata, mi sono goduta ogni istante degli ultimi mesi di gravidanza e dei primi mesi di vita della mia bambina. Me la sono presa comoda per una volta, dopo anni di vita frenetica. Ma sono anche stata fortunata ad avere qualcuno accanto, a potermi permettere di essere disoccupata.

Non dovrebbe trattarsi di fortuna, semplicemente non dovrebbe succedere e basta

Ho deciso di mettermi a nudo e raccontarmi perché, per quanto imbarazzante possa essere, va fatto. Perché purtroppo non sono stata e non sarò l’unica donna incinta a perdere magicamente il lavoro non appena inizia a vedersi la pancia. Perché bisogna parlarne e non sentirsi sbagliati. Perché succede anche in questo Paese, che pensavo diverso dall’Italia, ma che alle volte non lo è poi così tanto.

Vivi in UK? Leggi di più su Pregnant then Screwed e la loro March of the Mummies.

Ti è capitato qualcosa di simile? Raccontamelo nei commenti.

 

 

4 pensieri su “Di quell’8 Marzo in cui ero incinta ed ho perso il lavoro.

  1. Letizia ha detto:

    Ciao! Io non ero incinta quando ho perso il lavoro, ma la situazione la conosco bene. Per me è stata una lenta agonia, l’azienda per cui lavoravo, bene e volentieri, ha chiuso, ed è stato drammatico. L’ultimo giorno erano lacrime per tutti, dal titolare alla signora delle pulizie… Però, come ho detto spesso, anche per me la fine è stato un nuovo inizio. Tempo, spazio, modo di dedicarsi alle mie passioni e alle persone accanto a me. E da quelle lacrime è nata anche la mia attività attuale!

  2. Chiara ha detto:

    Io ho “perso” il lavoro per mia scelta. Nel senso che dopo anni di studio forsennato per diventare avvocato, anni di gavetta, anni di professione, l’arrivo di mio figlio mi ha palesato in tutta la più banale ovvietà che anche l’avvocatura è un mondo per uomini..o per donne con i nonni o con la tata.

    Io non ero uomo, avevo fatto il grosso errore di voler essere una madre avvocato e non avevo i nonni a disposizione.
    Non potendo avere una tata – che in ogni caso mi avrebbe portato via quasi tutto lo stipendio – ho scelto di perdere il lavoro.
    Ma ho trovato una dignità enorme in questo, perché i ricatti non mi sono mai piaciuti.

    Grazie per aver condiviso la tua esperienza, mi sento meno sola.

  3. Alessandra ha detto:

    E’ assurdo che ancora capitino cose del genere, che ci fanno vivere la meraviglia dell’essere donne come fosse una colpa.
    Grazie per aver condiviso la tua storia, solo insieme possiamo vincere queste battaglie!

  4. Claudia ha detto:

    Ma ti hanno licenziata perche’ eri incinta? Se cosi e’ davvero increscioso! Per il resto, sono contenta che sia comunque una brutta esperienza ma ormai passata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *